Tutti fuori da Confindustria

La schizofrenia liberista del vertice confindustriale si accentua sempre più. L’ambizione del presidente dell’associazione, Emma Marcegaglia, di assecondare le esigenze conservatrici della Cgil di Susanna Camusso si scontra con le invocazioni di una serie di riforme strutturali avversate dalla stessa confederazione di Corso Italia.
24 SET 11
Ultimo aggiornamento: 16:37 | 19 AGO 20
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La schizofrenia liberista del vertice confindustriale si accentua sempre più. L’ambizione del presidente dell’associazione, Emma Marcegaglia, di assecondare le esigenze conservatrici della Cgil di Susanna Camusso si scontra con le invocazioni di una serie di riforme strutturali avversate dalla stessa confederazione di Corso Italia.

Ieri Marcegaglia ha annunciato
che con altre associazioni imprenditoriali invierà al governo un “manifesto per la crescita” che conterrà richieste precise e impellenti per l’esecutivo: liberalizzazioni, privatizzazioni, riforma delle pensioni, riforma fiscale per spostare il peso del prelievo dal lavoro e dalle imprese ai patrimoni (quindi anche con una “piccola patrimoniale”, ha detto il presidente di Confindustria). A parte la contraddizione implicita fra crescita e patrimoniale, anche ai non addetti ai lavori appaiono stridenti gli accordi sulle relazioni industriali siglati con la Cgil e gli alti lai elevati a favore delle liberalizzazioni. E’ arduo scorgere la coerenza tra l’invocazione di una liberalizzazione dei rapporti di lavoro a favore di una normativa più flessibile anche sui licenziamenti e la stipula dell’accordo con la Cgil per non usufruire dell’articolo 8 della manovra che consente alla contrattazione aziendale di derogare da norme come lo Statuto dei lavoratori, compreso l’articolo 18 sull’obbligo di reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa.

Gli ondeggiamenti di Marcegaglia provocano
anche un paradosso che per una confederazione come quella degli industriali può essere nefasta. Con l’accordo sull’intangibilità dell’articolo 18 dello Statuto si dà un messaggio implicito alle imprese: chi intende sfruttare le possibilità dell’articolo 8 della manovra deve preferire una contrattazione aziendale al di fuori del sistema confindustriale, che invece ne preferisce una cristallizzata a difesa dello status quo in materia di licenziamenti. Per le burocrazie conservatrici che vivono e sopravvivono con la concertazione sindacale, l’accordo Confindustria-sindacati è salutare, ma per le imprese che vogliono applicare “contratti alla Marchionne” sarà salutare piuttosto uscire da questa Confindustria.